RITORNO IN BORGOGNA

 

Sabato 2 – Domenica 3 Dicembre

ore 18:30 – 21:00 – Cinema Monviso

Ritorno in Borgogna è un film di genere commedia, drammatico del 2017, diretto da Cédric Klapisch, con Pio Marmaï e Ana Girardot. Vede protagonisti tre fratelli proprietari di un grande vigneto nella regione francese. Informato della malattia terminale del padre, Jean(Pio Marmaï) torna a casa dopo dieci anni di assenza per aiutare la sorella Juliette (Ana Girardot) e il fratello Jérémie (François Civil) nella gestione della tenuta di famiglia. Ricostruire il legame non è facile e i rapporti ormai incrinati minacciano di interferire nella raccolta. La morte del padre poco prima della vendemmia infatti, investe i tre figli di responsabilità più grandi di loro. Con l’avvicendarsi delle stagioni e la collaborazione costante, i tre aspiranti viticoltori riscoprono e reinventano i loro legami familiari, grazie alla passione per il vino che li unisce fin da bambini.

 

Cédric Klapisch è diventato grande. Avete capito bene, non i protagonisti dei suoi film sui giovani in viaggio per non crescere veramente, che l’hanno reso una sorta di cantore della generazione Erasmus, con L’appartamento spagnolo e sequel. Proprio lui è diventato maturo, o meglio il suo cinema sempre segnato da una nostalgia che con gli anni diventava rimpianto sterile, quando avevamo perso le speranze e, forse per l’avanzare dell’età di chi scrive, anche il legame emozionale con gli studenti in colocation. In Ritorno in Borgogna dimostra ancora il suo amore per i luoghi, ma ci presenta un trentenne – potrebbe essere proprio il Romain Duris che l’ha accompagnato fino all’ultimo capitolo, Rompicapo a New York – nel momento in cui torna.

L’imminente morte del padre lo porta a tornare a casa, dopo dieci anni in giro per il mondo e un’azienda vinicola tutta sua messa in piedi dall’altro capo del mondo. Ritrova la sorella e il fratello minori, che non sente da cinque anni neanche per telefono, e con cui non è semplice ricombinare tutti i pezzi di un rapporto interrotto. Come dice il titolo originale, la sfida è di trovare quello che li lega, mentre è piombata sulle loro spalle la gravosa responsabilità dell’azienda di famiglia. Continuare o vendere? La risposta passa per una vita personale non semplice, che ognuno dei tre deve affrontare.

Il tempo è al centro del film di Klapisch: non è più quello frenetico di chi passa l’estate a studiare, ma quello necessario al vino per superare la vendemmia e guadagnare struttura, Il tempo che serve per mantenere un rapporto, senza gettarlo via per qualche incomprensione. La grande tradizione del terroirborgognone è fondata su un passato custodito gelosamente nelle cantine, quello dei vini invecchiati e più prestigiosi; si ragiona sul lungo periodo, con la certezza che un domaine sia destinato a durare per sempre. Il tempo è anche quello necessario a recuperare le proprie radici senza rimanerne soggiogato, capendo che alla famiglia naturale si affianca a un certo punto, è nelle natura ciclica della vita, quella che ti sei scelto. Nel suo indagare il senso stesso del concetto di casa, Ritorno in Borgogna non rinvendica un passato immobile, ma la necessità di aprirsi al futuro facendo tesoro di ogni tipo di esperienza.

La Borgogna lega il protagonista in un rapporto di appartenenza reciproca, anche se deciderà di tornare in quell’Australia – non a caso terra novella in più aspetti – che proprio ora che è tornato inizia a chiamare casa. Klapisch aveva raccontato alcuni anni fa la malattia, sullo sfondo dell’anonimato imposto da una grande città come Parigi, mentre questa volta la perdita non è più temuta, ma vissuta, non lasciando altra alternativa se non elaborarla e superarla, senza rimpiangere un passato che non potrà più tornare. Una sfida non facile, quella dei fratelli e del regista stesso, per troppo tempo convinti che “avremo tutto il tempo”: per chiarire, parlare, rinviare. Ritorno in Borgogna non è un grand gru, ma è un commovente sodalizio fra un padre e un figlio che riesce troppo tardi, il sincero racconto della costruzione di un senso di responsabilità, senza più l’intercessione di chi ci ha messi al mondo. Il momento in cui si interiorizza definitivamente che la vista che ogni mattina ci si propone fuori dalla finestra, che ci sembra ogni mattina diversa, in realtà non cambia più.